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mercoledì 29 novembre 2017

I mille mondi di Enzo Sciotti.

Mi sono lesionato i tendini del braccio sinistro, più altre amenità che vi risparmio.
In compenso mi è arrivato questo.
Fatevi del bene: compratelo!

lunedì 20 novembre 2017

Il Punitore al di fuori dei fumetti.

Il simbolo del Punitore è questo.
Per sceneggiatori tv, soggettisti cinematografici, registi, organizzatori e costumisti vari è tanto complicato da capire?

giovedì 16 novembre 2017

Macabre sinfonie.

Sul finir dell’estate del 1988 ero lanciatissimo,  nei miei sogni da ragazzino, verso la strada della regia! Avevo già realizzato alcuni cortometraggi con gli amici di quartiere, ma questi cominciavano ad andar troppo stretti per il mio ego! Decisi così, pigliando al balzo la palla lanciatami da una zia che aveva (e ha tutt’oggi) una casa in Abruzzo, di trasferirmi lì per qualche giorno onde dedicarmi al mio primo filmetto amatoriale fuoriporta! 
Mio solito sodale Nico, cugino assai abile con una telecamera e in grado di volare almeno quanto me.
Mi informai, prima di partire, su quante persone avrei potuto trovare “sul set”, quanti attori etc.
In estate quel paesino si animava con gente proveniente un pò da ogni dove: «Mah, cosa vuoi…», mi rispose serafico Nico al telefono, «saranno, 3/4 persone!»
Capii che dovevo rinunciare all’idea di mettere in scena “Il Signore degli Anelli” prima di Peter Jackson.
Buttai giù un trattamento che verteva su una morte sospetta e una serie di personaggi che giravano attorno al morto, tutti con una validissima ragione per volerlo tale!
Era carino.
Lo intitolai “Macabro balletto”, o qualcosa del genere.
In uno o due giorni me la cavo, pensai sinistramente. 
Mi accompagnò in quest’impresa Fabrizio, altro cugino che tirai dentro l’operazione senza che, poveretto, ne avesse la benché minima voglia; mi serviva! Alto, moro e con gli occhi azzurri. Era il mio William Salerno perfetto. Salerno, cari lorsignori, era il protagonista del corto.
Giungemmo nel paesino montano all’ora di pranzo.
Quando l’auto di nostro zio svoltò per l’ultima rampa strettissima prima di sbucare sull’unica piazza del paese, vidi un gran numero di persone sostare in loco.
Che diamine sta succedendo? Vuoi vedere che proprio quando arrivo io “per girare” s’è ammazzato qualcuno o c’è stato per davvero un cadavere ammazzato?
La solita fortuna.
Tra questi personaggi pure Nico, trasferito in loro dall’inizio delle vacanze.
Scesi tutto contento, e un pò accaldato, con il mio soggettino scritto a macchina e scrupolosamente spillato.
Lo sventolai sotto al naso di Nico: «Eccolo qua, bello pronto! Quando iniziamo?»
In quel momento venni circondato da tutta la gente della piazza!
Erano lì per il nostro corto.
Cominciarono a parlare tutti assieme, entusiasti: c’era chi trovata l’idea di girare nel paese geniale, chi voleva sapere di cosa trattasse e chi, semplicemente, si stava rompendo i maroni e quindi trovava la nostra idea qualcosa di diverso.
Il problema era uno solo: c’erano in ballo almeno una trentina di persone! Tranne le pecore e un centoduenne peraltro in splendida salute, tutto il paese si era radunato per l’eccitante novità.
Avessi potuto strozzare Nico con queste mani lo avrei fatto.
Feci buon viso a cattivo gioco, cosa che, tra le altre cose, mi è sempre venuta malissimo.
Gettai i fogli in un dirupo e dissi a Nico che dovevamo parlare!
Nel frattempo si avvicinò a noi una ragazzetta bionda, riccia, con occhiali. Molto graziosa.
«Sei tu Francesco, il regista?»
Oh, come mi sentivo lusingato! Avevo messo una maglietta di Sergio Tacchini nuova di pacca.
«In carne e ossa!»
«Ma come ti sei permesso? Io la puttana non la faccio!»
Ecco.
Senza neppure sapere di cosa stesse parlando, avevo già perso la mia prima attrice.
Trascorsi le prime 48 ore a battere furiosamente sui tasti della macchina per scrivere, onde buttare giù da capo un nuovo copione che desse a quanti più  ragazzi possibile la possibilità di avere una particina e divertirsi un pò.
Mia zia mi foraggiava in diretta davanti ai fogli che si andavano ammucchiando ai lati della scrivania.
All’alba del terzo giorno, partorii! “Macabre sinfonie!”
Avevo mantenuto molto dell’altro script, aggiungendo un serial killer, un sacco di false piste e un finale a sorpresa! Mi divertii come un matto.
La parte dell’assassino andò, per imperscrutabili motivi, a un problematico ragazzo romano di nome Marco.
Era gay, molto a modo, educato, per nulla aggressivo, finanche elegante.
Non aveva neppure un’acca del personaggio che avevo descritto nella sceneggiatura.
Unico problema: recitava come un pessimo attore ubriaco che si è appena cacato sotto. 
Un disastro.
Il “reparto” trucco lo sistemò a dovere, almeno secondo loro: nelle scene in cui appariva mascherato per colpire, gli misero in testa un paio di mutande al contrario, generando tante di quelle risate che devo ancora sentirne così, dopo tutti questi anni. 
Ogni volta che giravamo c’erano decine di curiosi a vedere, il nostro “film” era diventato l’attrazione del paese: potevo girare ovunque, e tutti mi chiamavano “regista”. Il mio ego ipertrofico gongolò per settimane. 
Problemi? Infiniti. 
Pastori che passavano con un mucchio di pecore proprio quando davo “l’azione”, il bullo di zona che tentò di investire me e Fabrizio con il trattore perché gli avevo negato la parte del protagonista, Nadia che mi piaceva ma ero timido, le minigonne di Jessica, la corsa in cima alla montagna inseguiti da una torma di cani selvatici, il morto che fa il morto e poi la comparsa in un’altra scena, Fabrizio che è un dormiglione da competizione. Di aneddoti, uno più spassoso dell’altro, ce ne sarebbero a dozzine.
Vi basti sapere che la scena clou, sul finire del film, che aveva la durata di quasi un’ora, dovevamo girarla in cima alla chiesa sconsacrata di Santa Barbara, un viaggetto in salita di parecchie decine di minuti, con l’attrezzatura, i vestiti di scena e tutto quanto. 
In questa scena l’assassino, Marco, finalmente si rivela! Doveva dire poche battute, semplici, e per una bizzarra coincidenza, anche il personaggio da lui interpretato era gay.
La battuta, più o meno, durava qualche secondo.
Niente, non gli riusciva proprio di dirla! Arrivammo a 69 ciak!
Alla fine, con tutta la calma che ho (cioè pochissima), posai la mia cartellina e tentai di capire il problema.
«Il problema è lui, il personaggio. Non voglio fare un gay.» disse.
«Ma se non reciti questa battuta tutte le motivazioni andranno a farsi fottere!»
«Non la dico.»
«La dici.»
«No!»
«Invece sì.»
«Ti butto di sotto che pure Santa Barbara, qui, espatriata, si affaccerà di colpo sentendo il botto di quando ci arrivi!»
Cominciò a urlare come un matto!
«Ma perché? Perché devo farlo io, il gay?»
Fu uno di quei momenti in cui mi sovviene quel colpo di genio in grado di assisterti per una sola volta nella vita.
«Perché lo sei! Sei gay.»
Sorriso di Marco, applausi della troupe e tutti in scena.
Siccome la storia che avevo scritto era una cacata, il film non ebbe grande riscontro rispetto, per dire, a “La Bambola di Cristallo”, che avevo realizzato l’inverno precedente.
Un’ultima considerazione.
A metà film venne una gentile signora con figlio al seguito, della zona, di nome Ottaviano. Mi chiese se il ragazzino poteva avere una parte nel film.
Mi apparve come una faccia che non mi diceva nulla, ero certo di avere attori più in gamba! dall’alto della mia bontà, tuttavia, acconsentii trovandogli un personaggio seduta stante: divenne Ferri, l’aiutante di William Salerno.
Inutile dire che Ottaviano è diventato un grande attore di spettacolo, incide dischi, ha recitato con Verdone, Zampaglione e tanti altri.

Come al solito non avevo capito un cazzo.

sabato 11 novembre 2017

Una vecchia bottega di giocattoli.


Su via Taranto, proprio a metà, stava un negozio di giocattoli.
Non era come quelli di adesso, con gli scaffali, i monitor e il personale con le magliette uguali: aveva solo delle grandi, enormi vetrine con i giocattoli appesi.
Si chiamava "Le Scalette".
Ogni giocattolo aveva una targhetta con un numero; a sinistra, appena entravi e scendevi le scale da cui la bottega prendeva il nome, stavano appese le pistole e le spade giocattolo: poi, sempre sulla sinistra, le automobili, le Barbie e, proseguendo, gli animali di gomma, i robot e i Big Jim. Al centro del locale stava un'altra bacheca, con i giochi di società, i Masters e le auto radiocomandate.
Se avevi del denaro sceglievi il tuo giocattolo, giravi l'angolo del locale e trovavi una scrivania su cui sedevano moglie e marito, che ti accoglievano sorridendo: a quel punto non ti rimaneva che comunicare il numero del prodotto che avevi scelto e loro andavano a prendertelo in magazzino.
Ricordo ancora l'odore di plastica e di carta, le pareti spoglie, la calcolatrice e l'enorme cassa. Erano botteghe di una volta, ai gestori davi del lei, e i tuoi genitori ci passavano un pò di tempo, chiacchierando del più e del meno mentre ti incartavano l'oggetto desiderato.
Rammento di averci passato interi pomeriggi, là dentro, in quella sorta di grotta del tesoro. Il naso all'insù, sbavando per l'ultima novità, troppo costosa, che avresti potuto sognare o vedere di sguincio in casa dell'amico più facoltoso, che aveva il papà proprietario di una norcineria o di una lavanderia ben avviata!
Io? Disponevo di qualche soldo, a inizio mese: 2/3 mila lire. Alle volte 4 o 5, che "guadagnavo" accompagnando mia nonna a ritirare la pensione dalle parti di piazza Fiume. Per il resto dovevamo aspettare Natale o il giorno del compleanno, io e mia sorella, poiché mio padre era operaio e mia mamma casalinga.
Tuttavia ricevere quelle 5 mila lire era in grado di impedirmi di dormire, la notte precedente: come le avrei spese? La scelta non era facile! Mica potevo fare acquisti a cuor leggero: dovevo escludere i giocattoli fuori budget, quelli che non erano attinenti alla mia personalità in costruzione, e quelli che non mi convincevano troppo.
Un'impresa, insomma, evitare di rimanere deluso dal nuovo, fiammante acquisto!
Ero molto timido, lo sono ancora, per cui evitavo di disturbare i proprietari e facevo tutto da solo, contando con le dita e sognando mondi fantastici per quando sarei rincasato.
Se non trovavo niente di adatto o di corretto per le mie tasche tornavo mesto indietro oppure mi fermavo in edicola: in fondo il nuovo numero di Zagor sarebbe stato un balsamo eccellente con il quale leccare qualche ferita.
Sono trascorsi più di 35 anni, da allora.
Oggi, quel negozio, non esiste più.
Scomparso dalla fine degli anni '80, per tutta una serie di motivi tra cui, lo so bene, la morte del titolare e la difficoltà, per la signora Franca, di tirare avanti da sola.
Quel piccolo portoncino nasconde ora un'agenzia immobiliare o un vecchio magazzino, non lo so bene.
Insieme alla mia nostalgia.
Chissà se c'è ancora quell'odore, là dentro, e se le scale sono le stesse o le hanno ristrutturate.
Ogni tanto ti penso.
E mi sento bene.

giovedì 21 settembre 2017

Scerbanenco, uno scrittore singolare.


Avevo già letto qualcosa di Giorgio Scerbanenco, ma ero giovanissimo, probabilmente il ciuffo di capelli che avevo allora mi impedì, scivolando sulla carta, un'attenta lettura, perché non me lo ricordo più.
In questi giorni ho quindi letto (o riletto?) "I milanesi ammazzano al sabato", romanzo del '69 (credo).
Non so se mi è piaciuto oppure no. Sono un pessimo recensore. Persino di me stesso.
Posso dire di aver gradito poco i suoi luoghi comuni: sulla delinquenza ("un delinquente è sempre stupido!" tuona il Nostro), sui meridionali, sui settentrionali, sul genere umano in quanto tale. E ancor di meno, mi duole ammetterlo, l'abitudine di giudicare lui, in quanto Autore, i protagonisti del suo libro: li apostrofa, ne anticipa le qualità morali, li catechizza. Non Duca Lamberti o i comprimari: proprio lui, Scerbanenco. Dice a proposito di un tale che sta per essere interrogato: "Si vedeva subito che era un buono, uno incapace a mentire"... dopodiché parte il dialogo; ma se hai già indirizzato quel personaggio nella testa di chi legge il resto della situazione diventa irreale, se non del tutto inutile. Manca il piacere lasciato allo spettatore di scoprire, fare congetture, azzeccare o sbagliare un pronostico su un determinato personaggio. Lo stesso poliziotto milanese, Lamberti, in fin dei conti non fa un accidente.
Eppure... eppure la trama è buona, le situazioni crude e originali, i personaggi si muovono a livello quasi teatrale, si arriva in fondo di buon grado, accettando il gioco un pò controverso che lo scrittore prematuramente scomparso conduce con gran velocità e gusto.
Se poi contestualizziamo il tutto all'anno in cui "I milanesi" è uscito, beh... allora, per il fruitore dell'epoca, questa storia fatta di rapimenti, baldracche e magnaccia, assassini e poliziotti melanconici assume tutta un'altra valenza! Deve essere stato un colpo ben forte, ve lo dico io.
Non so se mi è piaciuto molto o poco. So che ne è valsa la pena.
Al prossimo appuntamento, Giorgio e Duca (a proposito, chi è lo sciagurato fesso che su Wikipedia corregge sempre "Duca" in "Luca"? Quasi quasi lo lascio com'è. Uno si stanca pure!) non mancherà occasione.

domenica 10 settembre 2017

Vetrina dei romanzi di nuovo completa!

Cari amici, come promesso tornano disponibili tutti i miei titoli, dal 2000 a oggi, editati e aggiornati!
Potete trovarli tutti qui, in attesa di Amazon e di altre librerie on line:
http://www.lulu.com/spotlight/sharkcomics
Ringrazio Spectrum e Vittorio Sossi per la gradita e indispensabile collaborazione.

domenica 3 settembre 2017

"L'apostolo nel buio" torna disponibile!

Cari amici, da oggi torna disponibile, per chi ne volesse una copia fisica, il racconto horror "L'apostolo nel buio", già in catalogo Feltrinelli on - line qualche anno fa: un centinaio di paginette a 12 euro + iva!
Questo il link dove acquistarlo:
http://www.lulu.com/shop/francesco-l-p-09/lapostolo-nel-buio/paperback/product-23318882.html
Come già accaduto con "L'ultima era dei giganti", nel 2016, anche questo titolo è stato revisionato e corretto. Vi lascio ringraziandovi e ricordando che il testo presente nel libro è rigorosamente per adulti.
Ciao!